In forma di preghiera

…che salgono diritti verso il cielo…

In tempi di grande confusione, in cui ciascuno è tentato di profetizzare sulle sorti del mondo e dell’umanità (tirando anche un po’ l’acqua al suo mulino) credo che il meglio che si possa fare sia raccontare i fatti così come accadono per dare modo ad ognuno di riflettere o meno.

I flussi migratori nel Canale di Sicilia non si sono mai fermati e i naufragi continuano a rendere questo fenomeno una roulette russa per chi osa cercare una possibilità di vita libera oltre il mare.

E allora eccovi i fatti: qualche mese fa propongo all’insegnate di mio figlio (terza elementare) di avere assegnate, a titolo gratuito, le ore di educazione all’immagine. Così il lunedì mattina diviene un appuntamento ricco di euforia e curiosità, di attesa e di entusiasmo alla scoperta di un linguaggio che non finisce mai di sorprenderci.

Spiego ai miei piccoli compagni di viaggio che il mondo dell’arte è come un luogo sacro, in cui si entra in silenzio e in punta di piedi, richiede tutta la nostra attenzione, tutta la nostra concentrazione, perchè ciò che osserviamo è molto di più di quello che ci appare a prima vista e ormai lo sanno bene visto che il primo giorno in cui ci siamo incontrati hanno confuso un foglio di giornale con… un semplice foglio di giornale e non si sono accorti che invece era un aereo, una cappello da imbianchino, uno strumento musicale, una barca, un ventaglio, un ombrello…una palla! Da quel giorno sanno che l’arte è magica e che possiamo usarla per cambiare le cose, per vederle diverse, per VEDERLE DI PIU’, come dice qualcuno.

Una di queste mattine l’arte ci ha aiutato a vedere di più.

La notte del 18 aprile, è un sabato, affonda, nel canale di Sicilia, un peschereccio che trasporta quasi 1000 migranti. Il bilancio della tragedia è ‘asfissiante’, nel senso che toglie proprio il respiro, in pochi minuti più di 700 persone SCOMPAIONO in mare, non sono nella lista dei sopravvissuti e non sono nella lista dei morti, sono solo SCOMPARSE…cioè NON CI SONO PIU’. E io non le conosco queste persone, non le ho mai viste, come non conosco e non ho mai visto tutti gli altri che nei millenni sono scomparsi (o morti), solo che questi gridano più forte e i loro volti mi sembra di vederli, nell’aria c’è l’odore della loro paura…

La domenica passa come passano tutte le domeniche, ma lunedì devo incontrare i bambini a scuola e c’è qualcosa che non mi da pace, qualcosa che mi frulla per la mente…penso a quei migranti, penso a quanto è ingiusto che muoiano così nel tentativo di salvarsi la vita, di poterla vivere una vita. E’ un dolore potente che si mescola alla rabbia è non mi fa dormire, nell’apice della mia impotenza PREGO.

Non so come e non non so da dove sia arrivato il pensiero che mi sveglia quel lunedì mattino ma so cosa devo fare. Vado a scuola e dico alla maestra che quella mattina il laboratorio di arte sarebbe stato una preghiera, le spiego ciò che ho in mente e ci diamo appuntamento l’indomani per dare il tempo a tutte le classi di discutere dell’accaduto: sembra difficile parlare con bambini così piccoli di fatti tanto tragici, ma a me sembra molto più folle non farlo.

Il martedì mattino sono a scuola molto presto, ci raduniamo, insegnanti, bidelli, assistenti e bambini, nell’androne: l’idea è di PREGARE insieme.

La preghiera consiste nel costruire ciascuno una barca di carta con dei fogli di giornale, una volta pronta chiedo di affidarle un desiderio, una preghiera (appunto) che possa aiutarci ad affrontare il grande lutto. C’è un telo blu su cui tutte le barche prendono a navigare con i loro carichi di speranze ma il senso di inquietudine non ha ancora lasciato la mia mente, c’è qualcosa che mi sfugge ancora.

Saluto i miei compagni di viaggio e li ringrazio di aver pregato con me.

Scatto molte foto, perchè veramente queste barche di carta strappano il cuore, e mentre giro attorno al mare di stoffa ho una voce nell’orecchio “CERCA…. CERCA…” e io cerco… ma non so cosa… so soltanto che ad un certo punto scatto una foto e so con certezza che è l’ultima, che non me ne servono altre.

A casa riguardo gli scatti e ce n’è uno che è davvero particolare (è proprio l’ultimo), così decido di condividerlo su FB.

Dal display del telefono con cui ho fatto gli scatti non posso accorgermi di ciò che ora leggo chiaramente in quella foto ingrandita nello schermo del pc.

#informadipreghiera
uno dei desideri espressi dagli/dalle studenti/studentesse era: “vorrei che salissero in cielo”. Ben visibile nella barchetta in primo piano, nell’ultima foto scattata, si legge questa frase: “…che salgono diritti verso il cielo…”. L’universo ascolta le nostre preghiere

Abbiamo PREGATO INSIEME e sembra che una RISPOSTA sia giunta per ricordarci che anche di fronte a tragedie e dolori che ci appaiono intollerabili non siamo impotenti.

Monia Berti

utente38

Mi occupo di arte: quando insegno nelle scuole, quando costruisco laboratori per eventi di ogni genere, quando smonto e rimonto visi dopo averli osservati con cura precipitosa. L'arte collettiva è il mio gioco preferito: impazzisco di gioia quando ciascuno riesce a mettere un pezzetto nell'insieme che diviene unica, grande opera.

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