DIDATTICA INCLUSIVA. QUANDO I BAMBINI CI INSEGNANO COME FARLA.

“I bambini hanno bisogno di modelli in cui credere, ma anche l’insegnante deve credere che ciò che sta facendo possa servire per preparare quello che sarà il futuro dei suoi studenti”.

Per i frequentatori del “didattichese”, l’espressione “didattica inclusiva” è divenuta talmente inflazionata negli ultimi anni da avere quasi l’illusione di sapere con certezza cos’è e come farla.

Poi c’è la quotidianità delle classi o delle sezioni, una quotidianità sempre più complessa che ci pone di fronte sfide concrete ed immediate.

I grandi sistemi teorici non bastano più.

Succede talvolta la convinzione di essere insegnanti inclusivi  semplicemente facendo partecipare l’alunno o gli alunni con difficoltà a tutte le attività proposte.

Questo, spesso, non significa includere. Piuttosto evidenziare le difficoltà.

A sostegno di questa tesi basta ricordare la simpatica storiella, attribuita ad Albert Einstein, dove si narra di un povero pesciolino che doveva essere valutato per la sua capacità di volare.

Includere, quindi, significa cambiare. Modificare. Significa “strutturare contesti educativi in modo tale che siano adeguati alla partecipazione di tutti”.

Includere presuppone un ribaltamento concettuale e culturale nel pensare l’insegnamento.

Al di là dei banali e retorici sentimentalismi, mi sento di affermare con forza che l’inclusione muove dall’interno, da uno slancio affettivo quasi istintivo, possibile solo se preceduto dal silenzio delle sovrastrutture culturali e morali.

“Le convinzioni dei docenti nei confronti dell’inclusione influenzano le pratiche quotidiane e le strategie didattiche. La dimensione valoriale è uno dei più forti predittori del successo di una cultura inclusiva” (Aiello et al., 2017).

L’inclusione è un modus vivendi, piuttosto che mera metodologia didattica. Così come la scuola non è solo il luogo dove si impara, ma è anche l’ambiente in cui dobbiamo far entrare le emozioni, le esperienze e i vissuti.

Portatori privilegiati di questo istinto accogliente sono i bambini. Non tutti, si intende. Ma i bambini accoglienti sanno esserlo alla perfezione.

I bambini non capiscono le eventuali difficoltà di un loro compagno, ma le comprendono nella loro globalità e spesso adottano risposte relazionali ed affettive, le più adeguate.

Come insegnante di Scuola dell’Infanzia, ho avuto più volte il privilegio di essere spettatrice di contesti e dinamiche inclusive costruite dai bambini in modo del tutto spontaneo e per questo autentico.

Uno su tutti ritengo debba essere condiviso.

Giugno 2018. Spettacolo di fine anno. Genitori, nonni, zii, sorelle e fratelli più piccoli o più grandi stanno trepidamente aspettando l’esibizione dei bambini.

A. ha 5 anni ed è autistico.

Numerosi sono i progressi fatti da A., soprattutto a livello cognitivo e relazionale ed è tanto tempo che non si verificano più episodi critici di attacchi d’ansia o di rabbia.

Decidiamo, pertanto, insieme all’insegnante specializzata di far partecipare A. allo spettacolo di fine anno insieme a tutti i suoi compagni.

Durante le prove generali A. canta e balla insieme agli altri, sorride, scherza, ci abbraccia.

Noi siamo tranquille.

Ma quella sera, durante lo spettacolo, di fronte le famiglie, qualcosa disturba A.

Forse i flash delle macchinette fotografiche, forse la confusione, le tante persone.

A. comincia a piangere silenziosamente, si strofina gli occhi e piano piano indietreggia fino a nascondersi in un angolino.

R. e T. si accorgono di quanto sta succedendo al loro compagno di sezione e, mentre tutti gli altri bambini scalpitano per farsi fotografare in prima fila, loro retrocedono.

R. e T., con movimenti quasi impercettibili si fanno spazio nel gruppo dei bambini e raggiungono A. e lo prendono per mano.

A. non canta, ma ha smesso di piangere mentre stringe le mani dei suoi compagni con cui trascorre interi pomeriggi a riempire di colore fogli bianchi.

R. e T., in realtà, sono abilissimi disegnatori, ma insieme ad A. non disegnano figure. Solo colori su colori. Ma li usano tutti. E soprattutto lo fanno insieme.

Spettatrici passive di quella scena, io e l’insegnante specializzata ci scambiamo uno sguardo di forte intesa. Non ci importava più della riuscita o meno dello spettacolo, consapevoli del grandioso traguardo raggiunto.

R. e T., infatti, nella massima e autentica spontaneità sono stati inclusivi, hanno modificato le condizioni di contesto dimostrando maturità e flessibilità mentale, oltre che empatia e affetto sincero.

Un insegnamento significativo per me e le colleghe.

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